FINALMENTE L’ITALIA RICONOSCE I DOMINI COLLETTIVI

26 ottobre 2017
Oggi la Camera ha approvato definitivamente la proposta di legge sui domini collettivi, che sono presenti in tutte le regioni e rappresentano un aspetto tipico e diffuso delle aree rurali, in particolare delle zone alpine, per una estensione complessiva pari quasi al 10% della complessiva superficie agraria italiana (Istat 2010).
Il riconoscimento formale dei domini collettivi obiettivo strategico della legge è cosa molto attesa e al tempo stesso lungimirante. Le proprietà collettive costituiscono un altro modo di possedere, che unisce fattispecie diverse quali la proprietà, la gestione e l’uso civico delle terre, dei boschi, delle lagune. Una specie di origine pre-moderna, che vive quasi una vita separata dagli altri domini privati o pubblici, a partire dallo specifico ruolo esercitato dalla collettività locale, un ruolo non solo di utilità ma soprattutto di gestione civica. Si tratta perciò di un riconoscimento non secondario, che di fatto rende giustizia ad una storia che per modificazioni socio-economiche e volontà di superamento politico rischiava di far perdere molti “treni” al nostro contesto nazionale.
L’approvazione della legge è anche un’occasione in cui si pone al centro un nuovo rapporto tra le comunità e i loro territori. Spetterà poi alle comunità locali cogliere l’occasione, rilanciare l’iniziativa, a questo punto senza più alibi. Tanto più se, come auspicato, le regioni sapranno cogliere l’opportunità offerta per sviluppare un’attività normativa che oltre a favorire il riconoscimento in sé e per sé, uscendo da ambiguità e frammentazione, sappia offrire energia per rilanciare davvero i domini collettivi. Una fattispecie tra l’altro che avrebbe ragionevolmente da essere anche spinta con la creazione di nuovi domini. Ad esempio a superamento della frammentazione fondiaria nelle aree interne, piaga perniciosa che impedisce tanto spesso una gestione attiva delle risorse di bosco e pascolo in montagna.

Rassegna stampa:
Agricolaehttps://www.agricolae.eu/domini-collettivi-zanin-pd-finalmente-litalia-li-riconosce/
Deputati PDhttp://www.deputatipd.it/news/agricoltura-zanin-finalmente-italia-riconosce-domini-collettivi
IlVelino/AGVhttps://agvilvelino.it/article/2017/10/26/agricoltura-zanin-pd-finalmente-italia-riconosce-domini-collettivi/

 
 16 ottobre 2017

PROPRIETÀ’ COLLETTIVE: INIZIA LA DISCUSSIONE IN AULA

Oggi alla Camera sono intervenuto durante la discussione generale sulla sulle linee generali della proposta di legge recante norme in materia di domini collettivi (A.C. 4522), che verrà votata in Aula nei prossimi giorni.

Il testo completo del mio intervento: https://www.giorgiozanin.com/intervento-in-aula-sulla-prop…/

https://www.facebook.com/on.giorgiozanin/videos/1532875820124628/

Intervento in Aula sulla proposta di legge in materia di domin…

PROPRIETÀ' COLLETTIVE: INIZIA LA DISCUSSIONE IN AULAOggi alla Camera sono intervenuto durante la discussione generale sulla sulle linee generali della proposta di legge recante norme in materia di domini collettivi (A.C. 4522), che verrà votata in Aula nei prossimi giorni.Il testo completo del mio intervento: https://www.giorgiozanin.com/intervento-in-aula-sulla-proposta-di-legge-in-materia-di-domini-collettivi/

Pubblicato da Giorgio Zanin su Lunedì 16 ottobre 2017

 

 

7 ottobre

Pomeriggio vivace a San Marco di Mereto di Tomba, ospiti della comunità e del sindaco Massimo Moretuzzo, per la presentazione in anteprima della legge di imminente definitiva approvazione sui domini collettivi. Insieme a me, Michele Filippini presidente della Consulta nazionale, Luca Nazzi presidente del Coordinamento del FVG, Vittorino Boem presidente della quarta commissione permanente del Consiglio Regionale.
Un pubblico numeroso e attento segue il racconto di un risultato che si annuncia storico e che spingerà certamente in avanti il quadro normativo in tutte le regioni d’Italia, favorendo lo sviluppo e il rilancio delle comunità locali.

         

LA STORIA “GLADIATA” DA MAX MAURO

Max Mauro, per la considerazione personale che ho manifestato anche in passato per il suo contributo giornalistico e culturale, avendolo per altro invitato a presentare il suo ottimo libro “La mia casa è dove sono felice” merita certamente una risposta al post pubblicato sul sito storiastoriepn (http://www.storiastoriepn.it/gladio-il-partito-della-n…/link). A partire dal fatto che sin dall’inizio pare accusarmi di non dare informazioni sul libro La strategia del gatto: “Del libro in sé, purtroppo, si diceva poco…”.

Ecco caro Mauro, tu invece del libro in sé cos’hai detto nel tuo post? Proprio nulla, dal momento che dedichi quasi settemila caratteri a descrivere il profilo dell’editore e a trarre da lì congetture sul posizionamento politico inopportuno di un deputato e su una supposta involuzione del PD. E il libro? Te ne sei dimenticato proprio tu che ne vuoi scrivere?

In verità non c’è un punto specifico del libro che tu ponga in discussione. E per capire perché probabilmente basta rivolgerti una domanda: l’hai letto il libro? A me pare proprio di no, altrimenti ne avresti parlato. Ne avresti parlato con libertà, come ho fatto io la scorsa settimana in biblioteca civica, in dialogo con gli autori e il pubblico, parlando con chiarezza anche di comunismo e di anticomunismo, di sistemi difensivi, di valori democratici e di inquadramenti storici, evidenziando la necessità di portare in luce le contraddizioni di questa nostra storia a beneficio in primis delle giovani generazioni, quelle nate dagli anni ottanta in poi, che poco o nulla sanno di queste vicende lontane. Uno sforzo educativo anzitutto, che va stimolato anche a partire dalla creazione di una traiettoria letteraria. Il libro è infatti un romanzo storico, con i limiti e le virtù che il genere comporta. Aiuta a modo suo a colmare una lacuna con un modello comunicativo che permette di avvicinare le cose anche ad un non appassionato di storia. Quella della narrazione della storia è una mia fissa da insegnante: in fondo che ne sarebbe della trasmissione della Resistenza senza Il Sentiero dei nidi di ragno, senza La ragazza di Bube, senza Il partigiano Johnny, senza I piccoli maestri, senza L’Agnese va a morire, senza Uomini e no… Ecco, il varco della memoria narrativa della stagione della guerra fredda è ancora tutto da colmare e questo romanzo comincia a porre un tassello, a meno di non dover restare alla ricostruzione della guerra fredda come il campo da gioco di James Bond… Dunque si scelga l’alternativa: chiudiamo la memoria nella cassetta delle polemiche tra storici di sponde opposte, oppure apriamo in qualche modo la discussione e diamo una spinta all’interesse e alla conoscenza?
E’ su questa considerazione e dal lavoro lungo e certosino svolto in questi anni a fianco anche di chi come Legambiente ha realizzato una preziosa ricerca (Fortezza FVG, Edicom edizioni 2015), e perciò anche a partire dalla voglia di non smarrire la memoria in primis dei manufatti militari imponenti che segnano il nostro territorio e perciò dalla volontà di rilanciare non solo la dismissione ma anche il ripensamento della loro funzione, che è nata la proposta di Legge per la costituzione a Pordenone del Museo Nazionale della Guerra Fredda. Una proposta che chi commenta il tuo post dovrebbe anzitutto conoscere e non giudicare a prescindere. Ragione per cui abbiamo costituito un’associazione e nel corso dell’appuntamento abbiamo stampato e divulgato la medesima proposta di legge AC3909 (http://www.camera.it/…/leg17/…/stampati/pdf/17PDL0044120.pdf ).

Ma torniamo alle domande che ti riguardano: ti pare questo il modo di fare un discorso, accreditato da un sito serio che parla di storia, sprecando giudizi senza prima consultare le fonti? Che modo di fare è mai questo, mi sono detto, come si fa a parlare così, a trarre giudizi e inventare scenari a prescindere? E poi dal baluginio dello schermo ecco che anche a me è salita l’illuminazione. Vedi Mauro, ci sono persone che pensano all’antica e vanno rispettate come si rispetta una nonna. Proprio come una nonna quando reagisce e si intimorisce appena vede una persona con un tatuaggio, retaggio della cultura per cui i tatuati sono tutti marinai alcolisti violenti oppure guerrieri di chissà quale tribù selvaggia. Dunque capisco, ascolto con pazienza e rimango in dialogo, ma non condivido questo modo di pensare fatto da troppi “a prescindere”. Un modo che in fondo non ha rispetto non solo di tutti i bravi tatuati del mondo. In primis in questo caso non ha rispetto di tuoi ex colleghi giornalisti e storici appassionati che hanno svolto uno sforzo narrativo e che su quel campo vanno misurati; non ha rispetto poi di quanti hanno partecipato in dialogo alla presentazione del libro (quelli di Pordenone insieme ai molti altri che si svolgono in giro per l’Italia), motivati dalla voglia di conoscere qualcosa che abita nelle nebbie della memoria.
E poi se permetti non ha rispetto per me. Prima di questo post, a seguito del mio invito ci siamo scambiati delle email e ci siamo restituiti i diversi punti di vista. Punto. Non mi sarei immaginato che tu riprendessi in forma pubblica le medesime argomentazioni a cui ho già dato risposta, con l’aggiunta tutta in chiave politica che promuove una rilettura di un mio profilo tutta orientata a destra, quasi come nuovo fiancheggiatore sotto traccia di Casa Pound. Una deviazione incredibile, come se la mia storia di impegno personale non fosse accompagnata anche a livello parlamentare da interventi, atti e azioni puntuali a sostegno della cultura da cui provengo e a cui rimango fedele. No caro Mauro, non va bene così. Certo i paleontologi restituiscono le altezze del Cro Magnon da un frammento d’osso, ma qui il processo non lo puoi fare al contrario, attribuendomi un colore e un profilo come persona e come politico trasponendolo dallo sfoglio online dei titoli di una casa editrice in occasione della presentazione pubblica di un romanzo storico che riguarda aspetti anche di storia locale che ha attinenza tra l’altro con una specifica proposta di legge. Qui il profilo dovrebbe essere all’opposto: è la mia storia personale e il mio ruolo qui in Friuli che, lo dico senza arroganza, compromette eventualmente l’editore e gli autori, date le tue supposte premesse di loro intenzionalità revisionistica! Come può parere verosimile che tali progetti trovino un veicolo tanto stonato da simili intenti? Ti domando dunque: che senso ha giudicare in modo malevolo, ancorchè in forma dubitativa, una persona e il suo impegno trentennale sulla base della presentazione di un libro altrui di cui non piace l’editore? Non ti pare una sproporzione enorme? Non ti pare d’esserti avventurato oltre il sentiero della correttezza?

Tralascio infine le considerazioni sul Partito Democratico, che pare essere il vero bersaglio polemico del tuo scritto. Non lo dico per sfuggire al tema e alle ricostruzioni WuMing ma per chiederti un’occasione personale di confronto. Io credo al dialogo e quindi vorrei ascoltare davvero le motivazioni che ti portano a formulare opinioni così debordanti come “Il Partito della Nazione è salito su di un natante carico di munizioni e con intenti bellicosi”. Sono affermazioni pericolose di cui è ti chiedo la cortesia di rendere ragione in modo chiaro! Quando vuoi tu, presto. Ad esempio anche Venerdì prossimo alle ore 18.00 quando sarò a Udine per presentare il mio libro Servizio in Camera alla Libreria Moderna. Prima o dopo avrei piacere.
Attendo un tuo cenno via email.
Cordialmente Giorgio Zanin

LA SETTIMANA ONU PER IL DISARMO: OCCASIONE DI RILANCIO PER MOBILITAZIONI DI PACE 

Ha preso il via ieri, 24 ottobre, la ricorrenza voluta dalle Nazioni Unite che dal 1995, con richiesta specifica dell’Assemblea Generale, coinvolge anche la società civile al fine di promuovere sempre di più nell’opinione pubblica una migliore comprensione delle tematiche del disarmo.
La settimana prende avvio tradizionalmente nell’anniversario della fondazione ONU (il 24 ottobre è infatti lo “UN day”). Come ogni anno dal 1978 si tratta di un’occasione per riflettere sui percorsi possibili di disarmo e per sottolineare gli impegni della
società civile e delle istituzioni internazionali verso un obiettivo basilare della Carta delle Nazioni Unite.
Di recente, inoltre, l’adozione dell’Agenda internazionale 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha costituito un momento fondamentale per prevenire, combattere, sradicare il commercio illecito di armi: nell’Agenda è infatti inserito un obiettivo
specifico per ridurre significativamente il flusso illecito di armamenti entro il 2030.

LE VERE SPESE INUTILI PER LE ELEZIONI

La polemica sulle larghe spese inutili per la consultazione referendaria in Lombardia e Veneto – a prescindere dal merito – fanno tornare in mente che anche a livello nazionale quando si vota
SEMPLIFICARE E RISPARMIARE SI PUO’ E SI DEVE!
ECCO COME.
Nel corso del passaggio alla Camera della nuova legge elettorale, il Governo ha accolto come raccomandazione un mio ordine del giorno relativo alle azioni di semplificazione operativa rispetto allo svolgimento dI TUTTE LE CONSULTAZIONI. Trovate il testo in coda a questo post.
Si tratta di una iniziativa contenuta in una mia specifica proposta di legge AC 4155 Delega al Governo per la disciplina della formazione e della tenuta delle liste elettorali mediante strumenti elettronici
Una proposta che porta a maturazione il dialogo con diverse persone competenti del territorio pordenonese, aderenti all’associazione ANUSCA e che mira a dare una delega al Governo per uscire da una situazione paradossale: gli uffici anagrafe di ciascun Comune continuano a lavorare e stampare ogni anno, ripetutamente, montagne di carta per produrre inutili liste che potrebbero essere estratte e stampate solo al momento del bisogno dai dati digitali sempre aggiornati e disponibili presso le anagrafi comunali.
Ad oggi questa raccomandazione rappresenta purtroppo il punto più avanzato di un percorso ad ostacoli. La proposta di legge è disponibile da inizio 2017 e sin qui non sono mancate le ripetute sollecitazioni non solo al ministero della semplificazione, ma anche a quello degli interni, robustamente coinvolto dal profilo della delega. Mi auguro che in questo ultimo scorcio di legislatura non si voglia perdere l’occasione di semplificare e risparmiare.
Link al testo dell’ODG: https://goo.gl/H1pR1Q

LEGGE DI BILANCIO: BUONE NUOVE PER VERDE E AGRICOLTURA

Nella legge di bilancio approvata ieri dal Consiglio dei Ministri sono diverse le misure che riguardano l’agricoltura, a partire dalle novità del “bonus verde” per la cura del verde privato e dalla nascita dei “distretti del cibo”.
Il “bonus verde” prevede una detrazione per la “sistemazione a verde” di aree scoperte di pertinenza delle unità immobiliari private di qualsiasi genere (terrazzi, giardini, anche condominiali) anche mediante impianti di irrigazione nonché a lavori di recupero del verde di giardini di interesse storico.
Viene prevista poi la nascita dei “distretti del cibo”: attraverso la promozione delle filiere anche con le attività commerciali di prossimità, unendo imprese agricole, agroalimentari e sociali, si mira a fare rete sociale nei territori e a far crescere la sostenibilità. Viene inoltre finanziato il fondo di solidarietà nazionale per le assicurazioni sulla volatilità dei prezzi e la mutualità in agricoltura, con lo scopo di difendere meglio i redditi degli agricoltori. Sono confermate infine l’eliminazione delle tasse agricole degli ultimi anni, con la cancellazione di Imu, Irap e Irpef per chi vive di agricoltura e anche l’agevolazione IVA per le carni.

Intervento in Aula sulla proposta di legge in materia di domini collettivi

Oggi alla Camera è iniziata la discussione generale sulla sulle linee generali della proposta di legge recante norme in materia di domini collettivi (A.C. 4522).

Qui è possibile vedere il video integrale del mio intervento in Aula.

Roma, 16 ottobre 2017

DOMINI COLLETTIVI

La legge che oggi discutiamo, già approvata dal Senato, si occupa di normare la delicata materia dei domini collettivi. Al Senato ha avuto una coerente e approfondita lavorazione tra la Commissione Giustizia e la Commissione Ambiente, e anche un buon contributo della Commissione Bilancio per sbloccare una certa resistenza. Qui alla Camera la discussione è stata affrontata anzitutto in Commissione agricoltura, con la cura attenta del collega relatore Romanini, e già questa molteplicità di soggetti parlamentari coinvolti lascia intuire quale matassa la legge provi a tessere in modo nuovo.

Ci ricorda il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi che “Se noi non cominciamo ad ammettere l’elementare verità che non esiste soltanto una cultura ufficiale e che non esiste, a livello di utilizzazione e gestione dei beni, soltanto il modello della proprietà individuale di indistruttibile stampo romanistico, ma che possono ben coesistere altre culture giuridiche portatrici di modi alternativi nella concezione della appartenenza, ci precludiamo ogni possibilità di capire il problema della proprietà collettive.

Il riconoscimento formale dei domini collettivi, obiettivo strategico della legge, non è dunque cosa di poco conto. Come dice la proposta di Legge, il pianeta delle proprietà collettive costituisce una realtà a sé stante, che unisce fattispecie diverse quali la proprietà, la gestione e l’uso civico delle terre, dei boschi, delle lagune. Una specie di origine pre-moderna, che vive quasi una vita separata dagli altri domini privati o pubblici, a partire dallo specifico ruolo esercitato dalla collettività locale, un ruolo non solo di utilità ma soprattutto di gestione civica. Si tratta perciò di un riconoscimento non secondario, che di fatto rende giustizia ad una storia che per modificazioni socio-economiche e volontà di superamento politico rischiava di far perdere molti “treni” al nostro contesto nazionale.

Bisogna anzitutto sforzarsi di scendere in profondità dentro la radice storica della formazione dei domini collettivi e ricordare come la solidarietà intracomunitaria abbia costituito un modello indispensabile per la sopravvivenza delle famiglie di numerosissime comunità. A prescindere dall’atto formale di nascita del dominio, possedere ed usare insieme era la chiave di gestione che permetteva di avere sempre qualcosa. Partecipazione, controllo, mutualità erano le regole per costruire passo passo un equilibrio di benessere. Un equilibrio che intrecciava i diritti del presente con la garanzia del futuro, sia in termini intergenerazionali che in termini ecologici: rovinare qualcosa significava danneggiare in modo percepibile gli altri e in primis la propria famiglia. Con conseguenze non banali in termini di auto e mutuo controllo nella gestione e con la formazione di un senso civico di cui si avverte francamente il bisogno oggi più che mai. Non si trattava infatti solo di comproprietà di beni particolari quali bosco e pascoli, goduti in un modo particolare, cioè collettivo, ma si trattava e si tratta di persone che esprimono, nell’articolazione fondiaria, una scelta squisitamente antropologica della vita: il primato della comunità sul singolo!

E’ giusto domandarsi perciò in quale misura questi valori, queste forme di gestione e questi interessi siano ancora attuali e necessari. Non va nascosto infatti che essi sono stati via via abbandonati in tanta parte del Paese sulla base in particolare della fase di sviluppo socio economico che si è determinato dopo la seconda guerra mondiale. In particolare con lo spopolamento nelle aree interne e nelle zone di montagna, ma anche con la mentalità non sempre in linea dei molti amministratori locali che invece di accompagnare la resistenza di queste istituzioni, hanno spesso costituito un polo di energia per il loro superamento definitivo.

Ma ora con questa legge siamo di fronte ad un atto di discontinuità rispetto a questo declino, delineato sin dalla legge 1766 del 1927 che indirizzava verso la “liquidazione” giuridica delle proprietà collettive. Ora, anche in queste Aule, vogliamo certo affermare con questa legge la salvaguardia di qualcosa di antico e nel contempo anche affermare qualcosa di nuovo. Un seme di futuro. Non è un caso del resto, a segnalare la nota sui tempi che riferisce del clima politico e dell’analisi socio-economica che accompagna questa discussione, che sono trascorsi appena venti giorni dall’approvazione parlamentare della legge per il sostegno ai piccoli comuni. Quasi a dire come la sensibilità del legislatore sia più spesso di quanto si creda “in trazione” con modelli e riflessioni dove l’identità viene coniugata non solo con la difesa di qualcosa ma anche con la volontà di declinare diversamente il futuro.

In che termini? In primo luogo proprio tramite il riconoscimento della centralità della comunità come “soggetto neo-istituzionale” del patrimonio civico. In una stagione di grande crisi dei corpi sociali intermedi, si tratta di una apertura di credito non secondaria, capace di riavviare il risveglio dei soggetti dormienti, per cogliere le opportunità che il modello collettivo offre. Non si tratta in questo senso di paradigmi ideologici, ma di vere esperienze che in numerose comunità locali stanno segnando la stagione di riconsiderazione di una serie di valori, connessi al dominio collettivo. Non ultima la valorizzazione delle comunità là dove i necessari processi di aggregazione istituzionale dei Comuni e pure anche delle realtà religiose tradizionali come le parrocchie, vanno accompagnati da forme di riequilibrio identitario. Certo la terra, certo la possibilità dell’iniziativa e della rendita economica, ma non solo questo. Anche la partecipazione e la cultura della condivisione e della solidarietà. Merce preziosa al tempo della globalizzazione. Senza dimenticare inoltre che gli “enti gestori delle terre di collettivo godimento, rientrano a pieno titolo nell’imprenditoria locale, cui competono le responsabilità di tutela e di valorizzazione dell’insieme di risorse naturali ed antropiche presenti nel demanio civico”. Il che da un lato afferma in modo chiarissimo la centralità della comunità quale motore di sviluppo locale. Dall’altro si capisce la ragione per cui questa proposta di legge diventi fondamentale per il territorio e il paesaggio che comprende specificità agro-silvo-pastorali inalienabili. Non va dimenticato infatti che in Italia dei quasi 17 milioni di ettari di superficie agricola, ben 1,668 milioni di ettari (il 9,77%) risulta appartenere a “Comunanze, Università Agrarie, Regole o Comune che gestisce le Proprietà Collettive (dati ISTAT 2010). Circa il 10% della superfice agricola utile del nostro Paese costituisce un valore enorme, per il passato e per il futuro, che da solo basta a rendere ragione dell’importanza della legge. Tanto più quando la legge individua anche un’impostazione non solo conservativa ma anche dinamica, volta a comprendere l’attuale “fase di sviluppo delle aree rurali, della montagna in particolare, le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale e su quello di sviluppo sostenibile”; una fase in cui ai domini collettivi viene “riconosciuta la capacità di rendere locali anche gli stimoli provenienti dall’esterno della comunità per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere in loco gli effetti moltiplicativi, di far nascere indotti nella manifattura familiare, artigianale, nella filiera dell’energia delle risorse rinnovabili e nel settore dei servizi”. Insomma c’è in ballo una capacità delle aree interne, quelle che turismo a parte faticano a produrre PIL, di costruire un modello economico alternativo, orientato ad autosostenersi. Un modello in cui non sia centrale la capacità di appropriarsi delle risorse ma la loro gestione. E’ tempo anche in Italia di orientarsi diversamente, come suggerisce da qualche anno anche il nuovo indicatore BES promosso dall’ISTAT. Si parla sempre delle cose che si possono acquistare, ma meno di quelle che si distruggono per poterle produrre. I costi della crescita senza limiti sono tanti, basti pensare ai danni all’ambiente, ma anche ad alcuni costi sociali che non vengono presi in considerazione quando si calcola il PIL. Nei paesi occidentali è vero che la gente guadagna di più, ma spende ancora di più per compensare ciò che distrugge. Questa legge va dunque in un’altra direzione e non è un caso che in tante Regioni le iniziative per la realizzazione dei distretti di economia solidale vedano tra i protagonisti le comunità che detengono i domini collettivi.

Dicevamo perciò che il dato più importante sul piano della dottrina è il “riconoscimento dei domini collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie, nonché il riconoscimento del diritto d’uso del dominio collettivo, in quanto diritto avente ad oggetto, normalmente e non eccezionalmente, le utilità del fondo, consistenti in uno sfruttamento del dominio riservato ai cittadini del comune.” Un riconoscimento di grande valore per la conservazione dei caratteri identitari dei territori e per la valorizzazione degli ambienti naturali antropizzati. Bisogna anche ricordare che questo importante passaggio giuridico si sviluppa e si attua con un riconoscimento di autonormazione, “che mira a garantire che le leggi che le regioni intendano eventualmente emanare sugli assetti collettivi non possano disconoscere l’idea e i valori della proprietà collettiva”. E qui i riferimenti sono decisamente rilevanti. Basti pensare al modo peculiare delle comunità di vivere il rapporto uomo-terra e al riferimento inevitabile alla disciplina dettata dalla consuetudine per cui le collettività agiscono con il fine di proteggere la natura salvaguardando l’ambiente.  Del resto le quattro “I” delle proprietà collettive – Inalienabilità, Inusucapibilità, Inespropriabilità, Immutabilità della destinazione agrosilvopastorale – bastano da sole a descrivere un profilo che si incastra precisamente con la discussione purtroppo ancora non del tutto conclusa in sede legislativa a proposito dello STOP al consumo di suolo. Un tema questo certamente evocato anche dalla legge sui Domini Collettivi proposta dai senatori  Pagliari, Astorre, Dirindin e Palermo, quando all’Art. 3 la chiusura è assegnata ad un comma che recita “Con l’imposizione del vincolo paesaggistico sulle zone gravate da usi civici di cui all’articolo 142, comma 1, lettera h) del codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, l’ordinamento giuridico garantisce l’interesse della collettività generale alla conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Tale vincolo è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici”. Un impegno tutt’altro che secondario, nel tempo in cui si cerca sempre di più e sempre meglio una progettazione urbanistica che cerca di mettere a sistema le specificità dei territori e la loro valorizzazione.

Questa sottolineatura per dire infine di una legge che, frutto del lavoro annoso di tanti, in primis del Coordinamento Nazionale delle Proprietà Collettive, ponendo al centro un nuovo rapporto tra le comunità e i loro territori, pare cogliere in pieno la sfida lanciata dalla Laudato Sì di Papa Francesco là dove dice «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».

E’ una questione di modello di sviluppo insomma. E la legge che mi auguro venga approvata definitivamente nei prossimi giorni penso possa rappresentare una tessera del mosaico di questa consapevolezza attiva. Spetterà poi alle comunità locali cogliere l’occasione, rilanciare l’iniziativa, a questo punto senza più alibi. Tanto più se, come auspicato, le Regioni sapranno cogliere l’opportunità offerta per sviluppare un’attività normativa che oltre a favorire il riconoscimento in sé e per sé, uscendo da ambiguità e frammentazione, ricercando e costruendo occasioni di dialogo con le comunità, gli enti gestori e le associazioni che li rappresentano sul territorio, sappia offrire energia per rilanciare davvero i domini collettivi. Una fattispecie tra l’altro che avrebbe ragionevolmente da essere anche spinta con la creazione di nuovi domini. Ad esempio a superamento della frammentazione fondiaria nelle aree interne, piaga perniciosa che impedisce tanto spesso una gestione attiva delle risorse di bosco e pascolo in montagna.

Concludendo, la legge sui Domini Collettivi apre quindi una breccia importante nella rassicurante e lapidaria (in)certezza delle forme più diffuse ed affermate di gestione dei beni e semina una cultura che NOI tutti dobbiamo con sempre più vigore continuare ad irrigare per farla crescere rigogliosa al servizio delle generazioni future.

L’auspicio è dunque che l’approvazione della legge diventi anche un’occasione preziosa per una discussione anche più ampia e progressiva a diversi livelli, dove tra l’altro almeno una volta si dovrà riconoscere che il legislatore parlamentare, dopo aver recepito la storia e gli sforzi promossi anche nelle passate legislature in primo luogo da chi rappresenta la memoria e la cultura attiva dei domini collettivi, tra i quali certamente merita una particolare citazione il Centro Studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università di Trento, guidato dai professori Pietro Nervi e Paolo Grossi, ha saputo collaborare e orientare la direzione, nell’interesse delle comunità e dell’Italia tutta.

LEGGE ELETTORALE: IL RUGGITO DEL GROVIGLIO

LEGGE ELETTORALE: IL RUGGITO DEL GROVIGLIO (1^parte)
Tutto e il contrario di tutto sulla legge elettorale. Si è detto e si continuerà a dire. Perlopiù strattonando i cittadini solo da qualche capo della matassa. Per sgrovigliare occorre considerare il tutto e cercare il bandolo tra i tanti fili intricati. Altrimenti è come indossare occhiali con lenti rosse: anche il cielo non è più azzurro! Per chi non ama la politica dei tifosi provo perciò ad offrire un contributo ad una visione più attenta al molteplice.

Per esempio quando leggo che molti, tra i quali anche Roberto Saviano, considerano scandaloso il fatto che si faccia una legge elettorale negli ultimi mesi di legislatura, contravvenendo alle indicazioni generali offerte anche dall’Europa, dicono una cosa giusta in teoria. Ma con effetti pratici sconsolanti. La questione dei tempi è un solo aspetto della faccenda. Le cose bisogna dirle tutte e bene. Come dire che è sbagliato circolare nella carreggiata di sinistra mentre davanti ho un veicolo che rischio di tamponare!
Da mesi e mesi sappiamo che l’agenda politica chiede una nuova legge elettorale. Gli appelli si sono sprecati, in primis quelli ripetuti del Presidente della Repubblica. Dopo il referendum del dicembre 2016, il Parlamento ha atteso doverosamente la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum giunta ad inizio 2017; poi sono cominciate le trattative faticose per raggiungere una composizione tra le forze politiche di maggioranza e minoranza; poi si è avviato il percorso parlamentare, con le sue insidie e le sue fatiche; poi a luglio si è arrivati in aula e il voto segreto ha svelato che neanche l’accordo politico reggeva; poi si è ripreso a trattare, con qualcuno che si è sfilato e qualcuno che ha fatto il suo gioco con l’obiettivo di arrivare in fondo questa volta.
Il primo dilemma politico della legge elettorale a cui ieri si è data una risposta in un ramo del Parlamento in sintesi è dunque questo: meglio una legge che armonizza il voto tra Camera e Senato da cui potranno derivare accordi politici post-elettorali che, analogamente a quanto avviene ad esempio in Germania, diano stabilità ad una legislatura, o meglio lasciare che i cittadini vadano a votare con leggi diverse per i due rami del Parlamento, residui di sentenze della Corte Costituzionale, da cui ragionevolmente le elezioni potrebbero far uscire un caos politico-istituzionale ancora più informe di quello osservato nella XVII legislatura?
Mi ripeto dunque: posto che in ogni caso ci sarà qualcosa di sbagliato, meglio l’infrazione di carreggiata o meglio tamponare il veicolo che precede? Meglio fare la multa per l’infrazione o considerare i danni risparmiati dall’incidente?

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LA LEGGE ELETTORALE: IL RUGGITO DEL GROVIGLIO (2^parte)
Tutto e il contrario di tutto sulla legge elettorale. Si è detto e si continuerà a dire. Perlopiù strattonando i cittadini solo da qualche capo della matassa. Per sgrovigliare occorre considerare il tutto e cercare il bandolo tra i tanti fili intricati. Altrimenti è come indossare occhiali con lenti rosse: anche il cielo non è più azzurro! Per chi non ama la politica dei tifosi provo perciò ad offrire un contributo ad una visione più attenta al molteplice.

SE NON VUOI GOMITATE PERCHÉ FAI SGAMBETTI?
Una fiducia scandalosa? In aula e fuori dall’aula si sono sentite urla indignate per il fatto che, in una materia di iniziativa parlamentare come la legge elettorale, il governo ha posto la questione di fiducia. Anche in questo caso non v’è dubbio che la forma strida non poco e che dunque vi siano buone ragioni per inquietarsi. Tanto più, volendo spingere la questione sul terreno politico, dopo che il presidente del Consiglio Gentiloni aveva affermato con chiarezza che la legge elettorale era materia appunto non del governo. E come mai allora anche lui, che tanto pare apprezzato da tutti gli italiani, è caduto nella contraddizione? Perché è un bugiardo oppure perché, come spesso accade in politica, le ragioni da soppesare diventano in fine diverse da quelle anche solo immaginate all’inizio di un percorso? E’ stata incoerenza o necessità insomma?

Pongo questo dubbio perché anch’io l’ho avuto, forte, quando martedì ho appreso la notizia a ciel sereno. Una notizia che per altro rivela aspetti di natura interna alle forze politiche, con i contrattori dell’accordo politico che paiono ciascuno non fidarsi dei propri deputati. Un segnale certo poco rassicurante della salute democratica e del principio di rappresentanza. Ma del resto, dopo gli esiti del voto segreto che ha affossato la legge elettorale a luglio, come non avere dubbi? E d’altra parte come parlamentari e come componenti di un gruppo politico come non sentirsi oppressi da questa procedura? Si è trattato dunque, attraverso lo specchio di questa vicenda della fiducia, di dare risposta qui e ora a due domande eterne per la politica: quale sia l’interesse prioritario e se il fine giustifichi i mezzi.

A sentire le contestazioni, la procedura distorta crea danni alla democrazia e incrina il profilo morale della rappresentanza parlamentare. Ma allora, c’è da chiedersi, perché provocare il sistema di causa-effetto con la richiesta di tantissimi voti segreti? Voti segreti e fiducia in questa situazione sono un continuum. Una tecnica parlamentare, quella del voto segreto che ha già affossato la legge a luglio, che in questo caso si è voluto disinnescare con un’altra mossa di tecnica parlamentare. Non sarà bella ma certo efficace: la questione di fiducia è servita per tagliare il voto segreto sugli emendamenti. Insomma è lecito domandarsi: se non vuoi gomitate perché fai sgambetti? Mentre sullo sfondo degli schiamazzi pare di sentire la storiella che mi raccontava la mamma da piccolo, quella in cui il bambino strillava “Mammaaaaa, Piero mi tocca!”, mentre sottovoce diceva “Toccami Piero, toccami Piero”.

VAJONT: RICORDARE E RICORDARE BENE. NON FU INCURIA!

Ieri sera, tredicesimo presidio dei Cittadini per la memoria alla diga del Vajont per ricordare un disastro e per far fermentare la storia.
Ancora una volta il proposito rimane quello di adoperarsi per togliere la parola “incuria” dalla legge 101 del 2011 che promuove il nove ottobre a Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo. Per costruire una memoria condivisa e sicura nello spirito di verità occorre di solito un percorso lungo. Il traguardo dei 54 anni che verrà raggiunto domani impone dei passi in avanti. Prima della fine della legislatura cercherò in ogni modo di riproporre l’emendamento di modifica del titolo della legge che avevo già presentato nel 2014.

 

STOP ALLE MINE ANTIUOMO

Tra le tante cose che rischiano di restare sotto silenzio dell’attività svolta dal Parlamento, c’è anche la legge approvata definitivamente la scorsa settimana: Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo. La norma si inserisce nell’ambito di una serie di convenzioni internazionali, in particolare: la Convenzione di Ottawa, firmata da 127 Paesi nel dicembre 1997 e ratificata dall’Italia con legge del 1999, e la Convenzione di Oslo sulle munizioni a grappolo, o cluster munition (Ccm), adottata a Dublino il 30 maggio 2008 e ratificata dall’Italia nel 2011. L’Italia partecipa attivamente all’applicazione di queste Convenzioni e, tra l’altro, ha istituito il Fondo per lo sminamento umanitario in modo da realizzare programmi integrati relativi allo sminamento.

Con la legge vengono vietati totalmente il finanziamento di società, in qualsiasi forma giuridica costituite, aventi sede in Italia o all’estero, che, direttamente o tramite controllate o collegate, svolgono attività di costruzione, impiego, stoccaggio, distribuzione, trasferimento o trasporto di mine anti-persona, munizioni e submunizioni cluster, di qualunque natura o composizione, o di parti di esse; la ricerca tecnologica, la fabbricazione, la vendita e la cessione, a qualsiasi titolo, l’esportazione, l’importazione e detenzione di munizioni e submunizioni cluster, di qualunque natura o composizione, o di parti di esse; la partecipazione a bandi o programmi di finanziamento pubblico da parte di queste società.

Inoltre, individua i compiti delle Autorità di vigilanza, prevedendo che emani apposite istruzioni per l’esercizio di controlli rafforzati sull’operato degli intermediari abilitati, al fine di contrastare il finanziamento di ogni attività in ogni modo collegata alle mine antipersona.

Definisce i compiti per gli intermediari, i quali devono, entro novanta giorni dalla pubblicazione dell’elenco delle società operanti nel settore, escludere dai prodotti offerti ogni componente che costituisca supporto finanziario alle società incluse nell’elenco. Disciplina le verifiche dei divieti posti dalle norme in esame e le sanzioni in caso di inosservanza del divieto di finanziamento: la sanzione amministrativa pecuniaria da 150.000 a 1.500.000 euro, nei confronti delle persone giuridiche; la sanzione amministrativa pecuniaria da 50.000 a 250.000 euro nei confronti delle persone fisiche.

Succede alla Camera – SETTEMBRE 2017

Succede alla Camera – SETTEMBRE 2017
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AUTONOMIE, IDENTITÀ, REFERENDUM, DOMINI COLLETTIVI

Il dibattito politico parlamentare del mese di settembre è stato segnato dalla ripresa della discussione sulla legge elettorale. Un tema cruciale in vista delle ormai prossime elezioni e che in ottobre conoscerà probabilmente un punto di caduta. In ogni caso non sarà un passaggio facile. Dal sistema tendenzialmente maggioritario a cui ci siamo abituati nei passati vent’anni, si ritornerà ad un sistema proporzionale, dove la frammentazione e la necessità di accordi politici saranno in mano ai vertici dei partiti molto più che ai cittadini. Con in più il rischio di liste bloccate che impediranno di scegliere direttamente i rappresentanti. Un tema che il PD ha affrontato davvero nel 2013, attraverso le elezioni primarie. Uno strumento che in assenza delle rischiose e costose preferenze, meriterebbe di essere introdotto per legge, a garanzia della buona rappresentanza democratica.

Nel frattempo l’attività prosegue con un buon ritmo e i risultati concreti ancora una volta non mancano. Primo tra tanti l’ormai imminente approvazione definitiva della legge quadro sui domini collettivi, che offre finalmente uno spazio di agibilità per rigenerare le molte comunità che anche in Friuli Venezia Giulia possono gestire al meglio il territorio.

Mi fa piacere dunque invitarvi all’appuntamento di presentazione della legge, organizzato per sabato 7 ottobre alle ore 16.00, in collaborazione con la consulta nazionale e regionale per le proprietà collettive e il Comune di Mereto di Tomba.

Qui trovate un’anteprima con l’intervista a Michele Filippini, coordinatore nazionale.

Tra le molte segnalazioni di interesse per il territorio e i cittadini della Regione Friuli Venezia Giulia senza dubbio emerge anche l’approvazione al Senato della legge ordinaria per il distacco di Sappada dalla Regione Veneto e il passaggio alla Regione Friuli Venezia Giulia. Un passaggio storico, che da’ seguito, finalmente, alla volontà popolare espressa tramite referendum.

Quello del referendum è un tema assai delicato in questi giorni, sia per le vicende che riguardano la Catalogna e la Spagna, sia per l’imminente consultazione dedicata a cercare maggiore autonomia da parte delle regioni Veneto e Lombardia. Insomma, il dibattito sulle autonomie e sulle identitàdiventa cruciale e non c’è dubbio che richiede ragionamenti razionali e non solo slogan che colpiscono la pancia delle persone. Abbiamo già visto quale strada ha imboccato il Regno Unito dopo la Brexit. Conosciamo le fatiche del Belgio a tenere unite le sorti di fiamminghi e valloni… Come se la salvezza dai rischi e dalle paure provocate dalla globalizzazione risiedesse solo in una maggiore autonomia e non anche in una capacità di unire gli interessi per ottenere risultati migliori a servizio di tutti. Se c’è una regola antica assorbita dal nuovo imperialismo del capitalismo finanziario è certamente “dividi et impera”. Un mondo frammentato e diviso a livello politico fa più il gioco delle oligarchie economiche e meno l’interesse dei cittadini. Ecco perché occorrono istituzioni politiche credibili, capaci di tenere uniti i cittadini di fronte alle sfide della modernità. E per la loro credibilità  è essenziale che queste osservino le leggi e rispettino la volontà popolare. Per tornare al punto, ritengo quantomeno stravagante e incomprensibile che mentre la legge sul passaggio di regione di Sappada é già calendarizzata per ottobre alla Camera, la legge per l’analogo passaggio di Cinto Caomaggiore, il comune del Veneto orientale che ha celebrato il suo referendum nel 2006 un anno prima di Sappada, non sia stata neppure avviata la discussione in commissione. Un risultato buono come quello di Sappada rischia di diventare una ingiustizia. Non è utile, tanto più per un Parlamento, generare ingiustizie istituzionali che alimentano la sfiducia dei cittadini. C’è ancora poco tempo: lo si usi bene, interpretando al meglio le responsabilità dettate dalle regole della democrazia.

Giorgio Zanin

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